La recente pronuncia della Corte di Cassazione (Sezione Prima Civile, ordinanza n. 25747 del 23 settembre 2026) offre un importante chiarimento sui limiti di applicazione dell'amministrazione di sostegno, riaffermando con forza il principio di autodeterminazione delle persone affette da patologie invalidanti ma pienamente capaci di intendere e di volere. Il Caso La vicenda trae origine dal ricorso presentato da un figlio per chiedere l'apertura dell'amministrazione di sostegno a favore del padre, adducendo che quest'ultimo, affetto da patologie neurologiche e cardiologiche, non fosse in grado di provvedere ai propri interessi. Il padre si è opposto alla domanda. Il Tribunale di Salerno, in sede di reclamo, ha respinto la richiesta di nomina dell'amministratore, valorizzando l'esito dell'audizione personale del padre, le conclusioni della consulenza tecnica d'ufficio (CTU) e la chiara volontà contraria espressa dall'interessato. Il ricorrente ha quindi proposto ricorso in Cassazione lamentando, tra le altre cose, che il Tribunale avesse dato valore decisivo alla lucidità del padre escludendo la misura a fronte di menomazioni fisiche, e che avesse omesso di valutare adeguatamente la documentazione della commissione medica INPS, la quale certificava un'invalidità civile al cento per cento e la necessità di assistenza continua. La Decisione e i Principi di Diritto La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, ritenendo infondati i motivi sollevati dal figlio. Nel confermare la decisione di merito, gli Ermellini hanno ribadito una serie di principi cardine che i professionisti del diritto devono tenere a mente quando approcciano la materia dell'amministrazione di sostegno: Conclusioni L'ordinanza in commento traccia un confine netto contro il ricorso "paternalistico" o patrimonialistico all'amministrazione di sostegno. La Corte di Cassazione chiarisce che la sola inabilità fisica e la necessità di assistenza materiale non giustificano la compromissione della capacità di agire di un soggetto, laddove questi conservi intatte le proprie facoltà cognitive e si opponga lucidamente alla misura. Per gli operatori del diritto, ciò significa dover valutare con estremo rigore non solo la documentazione medica, ma soprattutto le effettive capacità relazionali e cognitive del beneficiando, privilegiando sempre, ove possibile, il ricorso a strumenti privatistici meno invasivi (come le deleghe o il supporto di collaboratori domestici) scelti autonomamente dall'interessato. Contattaci ai recapiti sotto indicati oppure compila il form seguente per sottoporci il tuo caso. Lo Studio si trova a Roma, Viale Gorizia n. 52.
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